UN INTERIORE GRAND TOUR
GRAZIELLA PULCE
ALIAS n. 18 del 05/05/2012
Pellegrinaggio anomalo e quête personalissima,
il libro di Giorgio Boatti sui monasteri d'Italia
ci fa assaporare il senso di un nuovo ordine
Chi si occupa di spionaggio e
servizi segreti prima o poi si imbatte
nei libri di Giorgio Boatti, giornalista,
scrittore, testimone attento delle vicende
più aggrovigliate della nostra
storia recente e meno recente nella
quale potere denaro politica ed economia
stringono legami inconfessabili
con soggetti oscuri. Abilissimo
nell'esporre questioni complicatissime
mettendo a frutto le qualità migliori
del giornalismo italiano, con
sguardo limpido, capacità di ascolto,
duttilità dimente, scava fino a rendere
evidenti le fondamenta del fenomeno
e sale poi man mano a rintracciarne
il disegno e le finalità, dopo di
che procede all'analisi delle relazioni
e dell'impatto di quel fenomeno con
l'ambiente. Piazza Fontana, lo spionaggio militare
e quello industriale, i
rapporti di corruzione che legano gli
uomini di potere a un sottobosco di
malaffare e di criminalità. Storia recente
dunque, di cui l'autore hamesso
in chiaro le origini storiche che
fanno data dalla nascita del regno
d'Italia, raccontando una storia parallela
del paese, una storia che da Rubattino
porta dritti dritti all'oggidì. Insomma
leggere Boatti vuole anche dire
guardare dal rovescio la storia d'Italia,
e dalla compagnia Rubattino arrivare
a Gelli, passando per decine e
decine di altri personaggi che hanno
avuto nelle loro mani i destini di
grandi gruppi finanziari, istituzioni
pubbliche e private, mezzi di comunicazione
, accesso cioè al potere vero,
quello che lavora e tesse nell'oscurità
e giunge in tempo reale a lambire
in modo tangibile le vite dei cittadini
comuni.
Ragion per cui di fronte a un titolo
così apparentemente irenico, Sulle
strade del silenzio Viaggio per monasteri
d'Italia e spaesati dintorni (Laterza
«i Robinson», pp. 324, € 18,00), il
nome di Boatti non verrebbe in mente
neanche a mettercisi d'impegno.
E invece è andata proprio così. Questa
volta il giornalista ha preso la sacca
da viaggio e l'amatissimo sacco a
pelo e si è trovato a partire per Finalpia,
il primo dei monasteri nei quali
ha chiesto e ottenuto ospitalità, inaugurando
così la serie di viaggi della
cui esperienza il libro si sostanzia. In
una sorta di fuga da una situazione
di disorientamento personale divenuta
insostenibile e laconicamente
lasciata fuori campo. Testo dunque
sorprendente, anche perché per com'è
costruito non sembra destinato
tanto agli abituali visitatori di eremi
e conventi, quanto a quelli che se ne
stanno ben asserragliati in contesti
straurbanizzati, gente che mette in
piedi progetti terreni e ben concreti,
e poi fa i conti con l'orologio per
strappare al tempo briciole per l'essenziale.
Ed è proprio partendo dal
concetto di tempo che si può tentare
un primo avvicinamento a questo libro
anomalo e necessario: i monaci
sanno riportare il computo del tempo
all'unità di misura dell'intera vita
umana, sottraendolo alla disintegrazione
in ore, minuti e secondi, che
non a caso fanno l'angoscia e la gioia
dei seguaci del thriller. Monaci e monache
non hanno mai fretta e non sono
mai in ritardo, non perché a loro
si addica in particolarmodo la gravitas
che marcava la distinzione sociale
patrizia, ma più semplicemente
perché il computo del tempo nello
spazio del convento è scandito all'interno
di uno scenario quasi azimutale,
di un orizzonte astronomico il cui
asse di riferimento passa attraverso
la terra e l'umanità segnando però la
direzione celeste, ed è su quel tempo
che il monaco è sincronizzato ed è
su quel tempo che si sente chiamato
a operare.
In tutti i libri di storia viene raccontato
di come si debba ai benedettini
la prima opera di ricostruzione
di un'identità culturale devastata e
quasi cancellata, ma quello che dai
manuali non può emergere e che
qui si avverte nettissimo, è il senso
di forza profonda che traspare da
questi uomini con la tonaca nera
che hanno scelto il lavoro, il silenzio
e la preghiera per rendersi più forti e
più attivi in quel mondo che pure
sembra abbiano abbandonato. Uno
degli aspetti su cui è richiamata subito
l'attenzione del lettore è proprio
la relazione che il cenobio trattiene
con l'esterno. Tutti sanno che il monastero
pone a chi voglia penetrarlo
un limite preciso fatto di mura e di
regole e che tuttavia questo limite è
segnato in modo da non separare
mai in via irrevocabile. Quello che
Boatti scopre è quanto vertiginoso
sia l'equilibrio tra l'interno e l'esterno
e quanto su questo equilibrio si
costituisca il vero punto di forza dei
conventi: quella stessa porta che difende
la dedizione a Dio permette di
accogliere chi bussa in cerca di rifugio,
conforto, pace: uno scambio silenzioso,
una sorta di respirazione
cellulare. Connesso al problema del
limite è quello della separatezza. Monaci
e monache, guardiani e custodi
attivi di uno spazio discontinuo e
densamente vissuto, non sono propriamente
mai lasciati soli, né negli
ambienti comuni, né nel chiuso delle
celle e nemmeno di fronte ai demoni
del loro passato o del loro presente.
Il monastero è un luogo nel
quale l'individuo viene avvolto' (avvolgere
è un verbo che Boatti usa
sempre volentieri) da una forma di
cura leggera che si concretizza nel
mantenimento della giusta distanza
tra gli individui, una distanza in grado
di garantire insieme difesa e sostegno.
Assolutamente poderoso
per la lievità di scrittura e per la discrezione
con cui vengono maneggiati
argomenti così gravi, il testo lavora
secondo il doppio registro dell'escludere
(la parola superflua, la volontà
individuale, la distinzione dell'ego)
e del costruire (il lavoro, la preghiera,
il canto).
Modulato secondo la direttrice del
viaggio, il libro è il reportage di un
pellegrinaggio che porta all'esperienza
di una qualità di tempo e di spazio
tangenziali rispetto alla realtà ordinaria,
e dallo spaesamento a un
nuovo orientamento, un contatto aurorale
con luoghi e persone, il tutto
magnetizzato da un'istanza narrativa
che risulta predominante rispetto
a quella espositiva. Libro pieno di curiosità
e di storie in cui il disegno della
vita umana e quello del paesaggio
vanno a confondersi. C'è fra Paolo,
ovvero Joaquim Rafael da Fonseca,
ex campione nazionale di calcio portoghese,
a Serra San Bruno in Calabria;
c'è Enzo Bianchi, il fondatore
della comunità di Bose; ma ci sono
anche le storie di Romualdo, il fondatore
di Camaldoli, alle prese con l'imperatore
Ottone III, e quella del glicine,
la pianta che con forza gentile e
inesorabile piega emblematicamente
anche il metallo. Il monaco è bibliofilo,
avvocato, cultore di astronomia
o di botanica, e mai indifferente
alla storia. Su e giù per montagne e
colline, avanti e indietro con la storia,
per non perdere di vista il legame
tra il presente e il passato, il giornalista
racconta la quieta operosità di
Sant'Ilarione nella Locride, di Bose o
di Colle Val d'Elsa e in sottofondo fa
scorrere l'omicidio Ambrosoli, la torta
degli appalti legati alle emergenze
di G8 e Abruzzo o il bombardamento
di Montecassino.
Il linguaggio è piano e di passo misurato,
così che quando verso la conclusione
si fanno avanti evidenti figure
retoriche si intuisce che il congedo
è prossimo: «quando comincia lo
scampanio dell'abbazia diNoci il cielo
quadrato pare coprirsi di un velo
sonoro». E poco oltre: «Lì ho avuto
conferma che un uomo senza cielo è
un uomo senza spazio. Privato di ciò
che è essenziale al suo stare in piedi
nel mondo».
Chiave di volta del libro, in cui spaesamento,
solitudine e orientamento
si rivelano i tre atti di una rappresentazione
drammatica individuale e collettiva.
Inchiesta anomala e personalissima
quête questa di Boatti, condotta
come esercizio di disciplina per riconquistare
il proprio spazio di cielo,
cioè per rimettersi in piedi.