LETTERE
C'E' BISOGNO DI RIVOLUZIONARI SERI
Fabio Artigiani
14.05.2012
La rabbia e l’orgoglio, umanità e lucro, mancanza di scrupoli e povertà, anacronismo e argomenti ritriti, possibilità e negazioni, consuetudini e alternative, conservatori e progressisti, populisti e ladri, ballerine e figli di papà, brave persone e cattive persone.
In questi mesi ne abbiamo sentite di tutti i colori e dire che ne siamo stufi è poco. Allora, se è poco, come spiegarsi bene? Come dire o urlare il proprio disagio, senza arrivare a spararsi un colpo in testa o a sequestrare gente per ore? La democrazia vera prevede canali di comunicazione in questo senso, ma il fatto che non ve ne sia traccia, o che si vedano col lumicino, la dice lunga sull’illusione di democrazia che questo sistema economico (perché c’è solo quello economico come sistema politico) ha nel suo DNA.
Quando penso agli anni sessanta e settanta, dove le possibili alternative erano reali, dove la posta in gioco era la qualità e tipologia del sistema economico, contesa da vari soggetti in una partita tesa e serrata, sudata, a volte cruenta e terribile, a volte affascinante e appagante, ho un senso di vomito e un senso di struggimento amoroso mescolati indissolubilmente. Il vomito viene dalle ipocrisie, talvolta criminali, anche per aspetti diversi da quelli evidenti del movimento brigatista, dagli interessi egoistici sbandierati cinicamente come altruismo, dalle volontà di potere patentate da false intenzioni di riscatto per i più deboli (e già il definirli “più deboli” rivela tutta la debordante arroganza del sentirsi “più forti”), dal maschilismo imperante o castrato di uomini, ma anche di donne, chi professavano femminismo perché così doveva essere, perché altrimenti eri uno stronzo, perché si pensava che le regole e i dettami potessero sostituirsi ad un percorso di crescita personale, ad una rivoluzione silenziosa intima che ci portasse ad essere persone migliori, in questo caso riuscendo a fare a meno di maschilismi o femminismi.
Lo struggimento, invece, deriva dai bei sentimenti che in quell’epoca sprizzavano da tanti pori, sinceramente, con amore, con reale senso di solidarietà. E come questi fecondavano, insegnavano, creavano energie positive compartecipate, miglioravano, quelle sì, il mondo sulle quali insistevano.
E di questa carne e passione cosa ne è rimasto? Credo molto, moltissimo, forse tutto. Ma è sottopelle, nascosto da strati di dalemismo, berlusconismo, videocrazia, narcisismo, decadentismo, mancanza d’amore.
E poi c’è la crisi. Io credo che possa essere una reale occasione di riscatto, una reale occasione per togliere qualcosa di quegli strati tanto brutali, disgustosi, tossici. Togliere, invece di aggiungere: questa è la crescita economica. E se la dovremmo conquistare a costo di una decrescita dell’attuale modello economico, paghiamolo. Meglio decrescere che estinguere i debiti a tutti i costi, rincorrendo una “crescita” che non potrà più esistere come l’abbiamo sempre conosciuta. E non sarà un male.
Ma come ottenere questo risultato, questa inversione di tendenza? C’è bisogno di rivoluzionari seri. C’è bisogno di persone che abbiano una visione rivoluzionaria del funzionamento della società, centrata sull’umanità e non sul lucro, che esca dalla filosofia per entrare nella pratica di governance, che pensi ai conti pubblici in chiave di servizi alla persona e al suo sviluppo umano come essere bisognoso di amore, oltre che di pane. Non è vero che questi ragionamenti si possano fare solo “con la pancia piena”: che te ne fai di una pancia che non brontola fame, se poi hai intorno a te solo aridità affettiva? E, paradossalmente, una politica incentrata su questo perno non potrebbe che aumentare proprio il numero di pance sufficientemente soddisfatte.
Un’altra società è necessaria, non più solo possibile, ed è alla nostra portata, senza bisogno di manifesti o comandanti di brigata.