EMILIA - capitale&lavoro
Le imprese ferme minacciano la fuga ora è allarme delocalizzazione
Sara Farolfi - 06.06.2012
La denuncia Fiom: «Comuni che offrono condizioni vantaggiose alle ditte che se ne vogliono andare»
Ci sono imprese che minacciano di delocalizzare, come nei giorni scorsi è successo alla Magneti Marelli di Bologna e in alcune aziende del settore legno nel modenese, e ci sarebbero anche Comuni di altre regioni che offrono condizioni vantaggiose per il reinsediamento delle attività che in Emilia si sono fermate dopo il sisma. Una sorta di dumping sulle macerie del sisma che rischia di bloccare uno dei polmoni produttivi del paese. Per ora si tratta di «tre o quattro casi» e Cesare Pizzolla, segretario modenese della Fiom, preferisce non fare nomi. «Stiamo battendo a tappeto tutta la zona, bisogna vigilare su rischi di questo tipo».
Anche Gianni Mattioli della Cgil Emilia Romagna, che ieri ha diffuso la notizia della liberatoria fatta firmare ai dipendenti della Forme Physique nel modenese, parla di «casi sporadici per il momento». Tentativi di delocalizzazione sporadici che «danno però l'impressione che qualcuno ci voglia provare, dopo diciotto morti sul lavoro». I numeri della crisi che fornisce la Cgil sono impietosi: ad oggi sono ventimila i lavoratori «sospesi» nell'area colpita dal terremoto, 3500 le aziende ferme per lesioni ai capannoni, seicento quelle crollate definitivamente. Gli imprenditori hanno fretta di ripartire. Lo ha detto chiaramente il neopresidente di Confindustria Giorgio Squinzi, due giorni fa all'assemblea degli industriali di Modena: «Nessuno vuole prendere rischi ma dobbiamo ripartire al più presto». Parole ieri rettificate alla luce di quanto successo alla Forme Physique di Carpi: «Ho sempre detto che bisogna ripartire subito ma in sicurezza, è chiaro che è la sicurezza la prima considerazione».
Tempo e sicurezza, anche secondo il segretario della Fiom modenese Pizzolla i due fattori dovrebbero procedere di pari passo. Anche perché, spiega Pizzolla, «un conto è ragionare con un imprenditore locale, un conto è la multinazionale che se vuole può spostarsi con molta più facilità». Quello della delocalizzazione è un rischio più che tangibile in un territorio dove, dati della Fiom, è privo di agibilità tra l'80 e il 90 percento delle aziende. È la zona della bassa modenese, tra Finale Emilia, San Felice sul Panaro e Mirandola, dove hanno sede molte multinazionali del settore biomedicale e anche del settore meccanico. Secondo Bruno Papignani, segretario della Fiom bolognese, «il problema non è solo quello dell'agibilità, ma se i capannoni sono sicuri rispetto a scosse di pari entità di quelle registrate negli ultimi giorni». Ed è chiaro, chiosa Papignani, «che un'operazione di messa in sicurezza di questo tipo non può avvenire in due giorni».
Per scongiurare il rischio di fuga generalizzata delle imprese gli enti locali si stanno organizzando. Il Comune e la Provincia di Modena hanno avviato una prima ricognizione sulla disponibilità di strutture vuote che possano accogliere le imprese i cui impianti produttivi siano stati danneggiati dalle scosse: la lista degli edifici da oggi è disponibile on line. La Regione Emilia Romagna, dal canto suo, ha annunciato che per le aziende che delocalizzeranno la produzione cesseranno i contributi pubblici nazionali, regionali o locali.
I segretari di Cgil, Cisl e Uil hanno scritto una lettera unitaria al presidente del Consiglio e al ministro del welfare per chiedere l'ampliamento delle risorse per gli ammortizzatori sociali a favore delle zone dell'Emilia colpite dal terremoto. «Le risorse - chiedono Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti - devono essere adeguate e devono costituire un finanziamento dedicato, cioè aggiuntivo e distinto rispetto ai fondi disponibili per i cosiddetti ammortizzatori in deroga».
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