Tre anni dopo quella notte maledetta, quasi due dall'inizio del processo, arrivano le richieste di condanna da parte del pm Raffaele Guariniello per i sei imputati della strage alla Thyssen, dove il 6 dicembre del 2007 morirono tra le fiamme sette operai. Sedici anni e sei mesi per l'amministratore delegato Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Una prima volta, storica, in un un caso di incidenti sul lavoro. Mai era stato ipotizzato un capo di imputazione simile.
Tredici anni e 6 mesi per quattro dirigenti (Gerald Prigneitz e Marco Pucci del cda e del board aziendale; Giuseppe Salerno e Cosimo Cafueri, responsabili dello stabilimento torinese), accusati di omicidio colposo con colpa cosciente e omissione dolosa di cautele infortunistiche senza la concessione di attenuanti, perché secondo i pm «avrebbero messo in atto una vera e propria strategia per influenzare a proprio vantaggio l'esito del processo». Fin dal giorno dopo la strage, cercando di alterare le prove e condizionare il dibattimento.
Nove anni, invece, per Daniele Moroni, dirigente di Terni, per gli stessi reati ma con l'attenuante di aver manifestato una condotta collaborativa. «Nelle richieste di pena - hanno precisato i pm - abbiamo tenuto conto dell'enorme gravità del reato e del gravissimo danno cagionato ai lavoratori e alle loro famiglie». Delusi, però, i parenti (in aula anche i familiari delle vittime dell'Eternit e della strage di Viareggio). Appena finita la requisitoria Grazia Rodinò si è diretta verso i banchi dell'accusa e a voce alta ha ripetuto: «Dovevate chiedere l'ergastolo. L'ergastolo!». Poi, ha aggiunto: «La pena è troppo bassa. Spero che i giudici l'aumentino. Gli imputati devono pagare per sette vite».
Anche per la società Thyssenkrupp, chiamata in causa come persona giuridica (un altro elemento di novità), ci sono state richieste di pena: una sanzione pecuniaria di 1,5 milioni di euro, l'esclusione da agevolazioni e sussidi per un anno, la revoca di quelli già concessi, il divieto di pubblicizzare i propri beni per un anno e la pubblicazione dell'eventuale condanna sui maggiori giornali internazionali. E, ancora, ottocentomila euro di confisca: «Il prezzo del reato» come ha spiegato Guariniello quantificando la somma che l'azienda ha risparmiato quando non ha installato un impianto di rilevazione incendi. «Devo esprimere - ha aggiunto - la sofferenza provata nel constatare la capacità a delinquere dimostrata dagli imputati tutti mossi a risparmiare sulla sicurezza all'interno di una multinazionale e non di un mulino». La società e i suoi massimi dirigenti decisero di correre il rischio. Di accettare che ci fossero incidenti, anche gravi. Torino doveva chiudere e si doveva risparmiare, anzi guadagnare. Lo testimoniano i tagli alla manutenzione, ai sistemi anticendio e lo spostamento a Terni dell'investimento previsto per la linea 5.
Guariniello ha, infine, chiesto la trasmissione degli atti per procedere per falsa testimonianza contro tre persone (Arturo Ferrucci, capo del personale, Frank Kruse e Leonardo Lisi), e per procedere per omissione volontaria di cautele e omicidio colposo a carico di una quarta, l'ingegner Berardino Queto, consulente della ThyssenKrupp sui piani antincendio prima del rogo e durante il processo. Se la richiesta verrà accolta ci sarà un'inchiesta bis per le violazioni delle norme in materia di sicurezza che si aggiungerà al procedimento, già in corso con una decina di indagati, per le false testimonianze rese in aula. «Non avevo mai visto una cosa del genere - ha commentato Guariniello - non è stato un episodio isolato ma una strategia di più persone che si è protratta per mesi». Un'altra indagine in corso è quella sui sopralluoghi «combinati» degli ispettori dell'Asl. Il processo Thyssen, come quello Eternit, segna dunque un passo di svolta. Ma per Guariniello non si tratta di una nuova giurisprudenza. «Abbiamo solo applicato le norme della Cassazione su delle prove che, nei casi di infortuni mortali sul lavoro, in generale non sono mai emerse. La novità in effetti è che siamo davanti a una Corte d'Assise». Per l'avvocato di parte civile Sergio Bonetto le richieste sono «equilibrate e rigorose, non fanno sconti». Esagerate, invece, per Ezio Audisio, difensore di Espenhahn.
Spero che un giorno i vostri operai,stanchi di essere arsi vivi, per un estintore non ricaricato,decidano di farvi fare la fine che meritate!
Spero che i vostri operai sbrocchino e decidano di farvi avere le stesse paure che hanno avuto quei nostri compagni arsi!
Sono fiducioso,in una ripresa della lotta di classe.
Sento che i sacchi che contengono i nostri coglioni,si stanno lacerando e se non sfoghiamo subito un pò della nostra rabbia,faremo la fine degli uomini bomba,ma senza bombe.
Ci ammazzano,ci licenziano,ci abbandonano dentro le carceri,ci danno le pacche sulle spalle e ci benedicono,ma nessuno caccia un euro per noi.
Allora che muoia Sansone con tutti i filistei.
Questo mondo è troppo egoista per continuare a esistere.Anche DIO è sceso in piazza e lotta insieme a noi! 15-12-2010 13:47 - mariani maurizio