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FUORIPAGINA
30/09/2010
  •   |   Alberto D'Argenzio
    Centomila "no" all'austerità
    Ne avevano promesse 100 mila e 100 mila persone sono calate su Bruxelles per dire «no» all'ondata di austerità che si è abbattuta sull'Europa. «Siamo qui per dire di no all'austerità e "sì" al lavoro e alla crescita» afferma con tono deciso John Monks, Segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces). A mezzogiorno parte il corteo, che arriverà fin quasi sotto le finestre della Commissione europea: è la più grande manifestazione che la capitale comunitaria ricordi dal dicembre 2001. Quelli però, a livello di mobilitazione e di situazione economica, erano altri tempi. Ora è tempo di crisi e di un'Europa alle prese con la recessione e con tutto ciò che ne consegue in termini di perdita di occupazione e di occasione per smantellare lo stato sociale. 
    Un grande corteo quello di ieri, assolutamente pacifico, fatto di oltre cinquanta sigle sindacali da tutto il continente, con una predominanza belga, francese e tedesca e a dar manforte una folta rappresentanza italiana, circa 5 mila persone, olandese, polacca e slovacca. Ma anche spagnoli, portoghesi, rumeni, cechi, sloveni, bulgari, greci, mentre in Spagna andava in scena lo sciopero generale, in Grecia quello parziale, a Roma si manifestava e lo stesso a Belgrado, Dublino, Lisbona e Porto, e anche in Polonia, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Cipro e Repubblica ceca si scendeva in strada a difendere le stesse ragioni, a contrastare la stessa visione di futuro. 
    «Alcuni governi europei - attacca ancora Monks - hanno già tagliato pesantemente lo stato sociale, come ha fatto l'Irlanda, considerata un esempio da seguire da parte del Presidente della Bce, ma in Irlanda la situazione non è migliorata, anzi il paese è ancora in crisi e il suo rating è sceso ancora, quella cura non funziona. Questo dell'austerità è un film iniziato in Irlanda e che continuerà in tutto il resto d'Europa. La maggior parte di noi non ha ancora provato sulla propria pelle gli effetti di queste politiche di austerità». 
    Un film che sembra destinato a un pessimo finale, almeno se si seguono le piste indicate da chi decide in Europa, come le proposte presentate ieri dal Presidente della Commissione José Manuel Durao Barroso e dal titolare all'economia Olli Rehn per rafforzare la disciplina di bilancio. «Quelle proposte - afferma sicuro Monks - sono una stupidaggine, misure medioevali che puntano a uccidere chi è già ferito, a far entrare l'Europa nella recessione. Sono pazzi, propongono leggi che già 25 paesi su 27 stanno violando, solo Svezia ed Estonia non andrebbero incontro a sanzioni, che renderebbero ancora più dura la ripresa». Ossia più palpabile la recessione. Dietro a Monks sfilano una serie di persone in giacca, cravatta e maschera, ognuno con un cartello che recita in diversi idiomi: «Funzionari Ue: non toccate i nostri privilegi». Non saranno certo questi privilegi la prima preoccupazione dei lavoratori europei, ma una cosa è certa: la manifestazione di ieri ha messo chiaramente in scena la distanza che separa i leader della Ue con le migliaia di persone scese in piazza a Bruxelles e negli altri paesi del vecchio continente. 
    «L'importanza di questa manifestazione - Valeria Fedeli, Vice Segretario della Filctem Cgil e Presidente della Federazione europea del tessile - è che siamo tutti uniti nel dire a tutti i governi europei che la loro strada è quella sbagliata. Da qui, da questa manifestazione, deve partire un'azione forte e coordinata di tutti i sindacati in tutta Europa con le stesse parole d'ordine, le stesse proposte e rivendicazioni per mostrare che non c'è un paese contro l'altro né una categoria contro l'altra, che non ci interessa il dumping. Dobbiamo essere uniti per dire che ci vogliono risposte europee e per ribattere a chi, come in Italia, punta a dividere, a spezzettare i lavoratori». 
    Guardando alle proposte, i sindacati hanno presentato ieri una ricetta fatta di tassa sulle transazioni finanziarie, in modo da recuperare i fondi per la crescita, di buoni del tesoro europeo, per limitare l'azione speculativa dei mercati, e di finanziamenti a programmi specifici per i giovani, la formazione ed il lavoro. Dal palazzo della Commissione, Barroso risponde praticamente in diretta: «Solo con i conti a posto si possono sviluppare politiche di sostegno (..) per questo le nostre (stretta sui conti pubblici, ndr) sono le misure più sociali possibili». Due mondi che non riescono a parlarsi, sostanzialmente perché l'Ue continua a fare orecchie da mercante alla sua piazza, senza comprendere, o senza voler comprendere che può trovarsi di fronte ad una serie di forti mobilitazioni sociali. «C'è il rischio di un'esplosione di malcontento» conclude Monks.

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