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FUORIPAGINA
30/12/2009
  •   |   Matteo Bartocci
    Il duro lavoro della stampa
    Il 2009 è sicuramente l’anno nero dei giornali di tutto il mondo.  La crisi economica ha falcidiato bilanci e redazioni come non era mai accaduto nella storia dell’editoria. «Dietro la crisi c’è  una ristrutturazione industriale senza precedenti - spiega Paolo Butturini del sindacato Stampa romana - il mondo dell’informazione sta cambiando dalle fondamenta e non c’è una strategia comune né degli editori né del governo, che non ha mai convocato gli stati generali dell’editoria  sbandierati un anno fa».
    Una cosa è certa. Indietro non si tornerà più. Quest’anno in Italia sono già una trentina le società editrici che hanno fatto ricorso ad ammortizzatori sociali per esodi definitivi. Secondo gli accordi firmati dalla Fnsi sono 598 i giornalisti usciti per prepensionamenti, uscite incentivate e quant’altro. Ma per il segretario del sindacato dei giornalisti Franco Siddi saranno almeno 700 e forse più entro la fine del 2010.
    Le previsioni più pessimistiche arrivano fino a 2mila unità in meno entro i prossimi due anni, al termine di tutti i processi di crisi e ristrutturazione.
    Sembrano numeri piccoli ma non lo sono. I giornalisti occupati nella carta stampata erano 10.929 nel 2006 (dati Fieg). Licenziarne un quinto è peggio di una decimazione. Soprattutto se si pensa che il totale dei collaboratori e dei freelance si aggira intorno alle 40mila persone.  Non contrattualizzati, soggetti a una concorrenza spietata, pronti a vendere «notizie» al miglior offerente. Per ogni giornalista assunto ce ne sono già almeno 5 che aspettano fuori dalla redazione. Tenuti fuori dalla porta per tutto ciò che non siano righe o minuti da mettere  in pagina o in onda a pochi euro.
    La piramide tra dipendenti e non si fa sempre più larga. Gli iscritti all’Inpgi, l’organo di previdenza dei giornalisti, sono in tutto 16mila (carta, radio e tv). Gli iscritti attivi alla gestione separata (obbligatoria per i collaboratori «in regola») sono  circa 25mila. La metà (il 45%)  non arriva a 5mila lordi annui. Solo il 7% dichiara 34mila euro l’anno, che è lo stipendio minimo di un redattore ordinario. I privilegiati sono pochi: in 67 guadagnano più di 119mila euro.
    In un contesto così magmatico «per il sindacato tenere assieme tutti, contrattualizzati e non, è una sfida difficilissima ma decisiva», avverte Daniela Stigliano, responsabile del lavoro autonomo per la Fnsi. Il «sommerso dei diseredati» è stimabile in almeno altre 30mila persone tra partite iva e cocopro assicurati con l’Inps o altro. «Magari ci fosse una vera ristrutturazione industriale - commenta Guido Besana (Fnsi) - non c’è un solo editore  che abbia idea di cosa fare veramente. I manager stanno solo spostando ciò che resta della produzione giornalistica fuori dalle redazioni, poi si vedrà».
    Nel 2009 sono emersi  circa 5mila  cococo in più ma con compensi  tagliati del 30%.  Per i più deboli la crisi è arrivata subito. Non è  solo un problema di organizzazione del lavoro e tantomeno di garanzie contrattuali. La crisi colpisce direttamente la qualità dell’informazione quotidiana, stretta sempre di più tra il passato prossimo della televisione e il perenne presente di Internet. News senza contesto. Infotainment. Curiosità che sfiorano l’aneddotica.
    Prepensionamenti ed esodi  riguardano tutti: dai giornali di provincia agli organi di partito. Da colossi della carta patinata come Mondadori e Rcs ai quotidiani sportivi. Per la prima volta hanno ottenuto gli ammortizzatori tutti i principali gruppi editoriali italiani: Mondadori, Rizzoli-Corriere della Sera, Repubblica-Espresso, gruppo Caltagirone, Stampa e Sole 24 Ore, l’Ansa.
    La crisi uccide i «piccoli» e umilia le grandi redazioni. E’ una ristrutturazione industriale gigantesca simile a quella americana. Secondo il ministero del lavoro Usa i quotidiani  perderanno un quarto dei redattori. Secondo le proiezioni più recenti ACM (Bureau of Labor Statistics, Employment Projections 2009), dai 326mila giornalisti attuali si passerà a 245mila nel 2018 (-24,8%). La carta stampata è al 7mo posto nella classifica dei posti di lavoro persi nell’industria. In proporzione, i giornalisti scompariranno più dei sarti, dei minatori, dei benzinai. Sarà un lavoro del ’900.
    In Italia la crisi non è senza paracadute. E’ stata agevolata da un intervento (positivo) del governo che per la prima volta ha coperto col  bilancio dello stato una parte dei prepensionamenti anche nei periodici (non sfugga che  il gruppo maggiore è la Mondadori di  Berlusconi). Per Andrea Camporese, presidente Inpgi, il costo pubblico  della crisi sarà di 300 milioni  in 10 anni.
    Il giornalismo è ormai un calderone in cui c’è di tutto. Irrappresentabile e irrappresentato. Nascosto. Nello stesso gruppo editoriale c’è il precario del  web a 800 euro al mese e la firma da prima pagina che ne guadagna 12mila. Secondo la Fieg il costo medio di un giornalista in un quotidiano è di 100mila euro all’anno. Ma la realtà secondo la Fnsi è ben diversa: il lordo medio della maggioranza dei giornalisti è inferiore ai 35mila euro. E così il sistema, soprattutto previdenziale, rischia di crollare. I giornalisti pensionati sono  5mila. Già oggi ci vogliono tre assunti per pagarne uno. «La situazione è critica ma non è finita. Se nel primo semestre  2010 non c’è una ripresa della pubblicità è possibile che anche gli ammortizzatori sociali non bastino più», commenta preoccupato Luigi Ronsisvalle, l’esperto che ha seguito con la Fnsi molti degli stati di crisi degli ultimi dieci anni.


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