Per una volta gli europei possono guardare negli occhi gli statunitensi e sentirsi alla stessa altezza. Se si parla di tasso di disoccupazione, almeno, stavolta la parità è perfetta: 9,5% su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Ieri, per questioni di fuso orario, è stata l’Eurostat ad aprire il walzer dei pessimisti cui «bisognerebbe chiudere la bocca» secondo i nostri governanti. I freddi numeri dicono già molto. Nell’eurozona il tasso di disoccupazione è passato in un solo mese dal 9,3 al 9,5%. Un anno prima era al 7,4.
Se invece delle percentuali prendiamo i numeri assoluti (ovvero le persone fisiche che non hanno più lavoro) il conto assume dimensioni agghiaccianti: in un anno, tra i 27 paesi della Ue, sono spariti più di 5,1 milioni di posti di lavoro; 3,4 milioni riguardano la zona euro. In un solo mese ne sono stati cancellati 385.000 (di cui 273.000 nel gruppo dei 16). La velocità di caduta è più bassa in Germania e Olanda, mentre la disoccupazione di massa sembra dilagare velocemente nei paesi baltici ex Urss, che pagano più caro della media l’eccesso di fiducia nelle ricette neoliberiste («meno stato, più mercato», ricordate?).
Riguardando soprattutto i settori manifattturieri, al momento questa nuova disoccupazione riguarda in primo luogo gli uomini, anche se pure le donne non se la passano bene. Terribile la situazione giovanile: tra gli under 25 si è passati, in un anno, dal 15% in entrambe le zone a un 19,6 nell’area euro e a un 19,5% nell’Unione a 27. Una conferma diretta del fatto che i primi ad essere licenziati sono stati soprattutto i precari, «flessibili» per definizione.
Le borse – che normalmente festegiano gli aumenti della disoccupazione in base all’equazione «meno addetti, più profitti» – stavolta hanno preso molto male la notizia. Forse perché l’equazione più importante del momento recita invece «meno occupati, minori consumi, ripresa che non arriva».
Dagli Usa è arrivata nel pomeriggio la conferma. Stesse percentuali e numeri egualmente impressionanti: più di 14,7 milioni di disoccupati ufficiali, cui vanno però aggiunti – visti i diversi criteri statistici usati laggiù – quanti hanno un lavoro saltuario o un part-time «per motivi economici» (ovvero non per libera scelta), nonché altre figure particolari, La percentuale sale in questo caso al 16,5% della popolazione in età di lavoro, ossia ben più di 20 milioni di persone a spasso. Dall’inizio ufficiale della recessione (dicembre 2007), negli States sono scomparsi 6,5 milioni di posti di lavoro.
Ma il dato forse più significativo riguarda il numero medio di ore lavorate in una settimana: 33,1. Significa che gli occupati sono al momento sottoutilizzati. Se la recessione proseguirà, molti verranno licenziati. Se dovesse arrivare una attualmente invisibile «ripresa», chi è fuori dal lavoro dovrà attendere che il tasso di sfruttamento degli occupati risalga su medie più alte.
Ora in Italia abbiamo la Lega, la P2, gli ex fasciti e il pd. Si vuol ridurre lo stato sociale, privatizzare le pensioni, cioe' investirle nel mercato azionario cosi' da paerdere il 40% della pensione in pochi mesi come accaduto in USA.
Mi domando; capisce la gente la reale portata del liberismo?
Io credo che uno degli errori della sinistra sia nel non aver saputo/voluto spiegare queste cose alle masse berlusconizzate/dalemianizzate.
Comunque lo smantellamento dello stato previdenziale portera' prima o poi (se non ci pensera' prima il nucleasre) alla catastrofe sociale. Allora si potra' ripartire. 02-07-2009 19:38 - murmillus