Tutto è andato come previsto. Male. E malissimo per i socialisti. I popolari si confermano come primo partito, superando il Pse in tutti i grandi paesi dell’Europa unita e tenendo anche dove sono al governo, a dimostrazione che sono più credibili di fronte alla crisi. «Il Ppe ha stravinto», afferma a fine elezioni il capogruppo Joseph Daul, raggiante. Volano sberle in Francia per i socialisti, surclassati da Sarkozy e insidiati dai verdi. Ancora peggio in Gran Bretagna per i laburisti, caduti nell’abisso e bypassati un po’ da tutti, pure dagli euroscettici dell’Uk Indipendence Party. La celebrata terza via è ormai un vicolo cieco da cui Gordon Brown non riesce ad uscire. Socialdemocratici stabili in Germania, ma lontanissimi dai democristiani – un segnale chiaro in vista delle politiche del 27 settembre - e socialisti superati a destra in Spagna e pure in Portogallo, Bulgaria e Ungheria, tutti paesi in cui sono al potere. L’Italia è quello che è. «La socialdemocrazia non ha un progetto per uscire dalla crisi», ammette Joaquin Almunia, un socialista con determinanti responsabilità economiche. Anche perché la sua strategia naturale, il keynesismo, gli è stata scippata dai popolari, che hanno agito senza molti complessi ficcando le mani statali ben dentro l’economia. Il Ppe, secondo le prime proiezioni, supera di 90-100 seggi il Pse. Non si sa se la sinistra è morta, di certo ieri non ha battuto un colpo, se non in Grecia. «È una sera molto triste per la socialdemocrazia in Europa», riassume a caldo il capogruppo del Pse Martin Schulz.
Triste anche per l’Europa in sé. A fianco dei popolari cresce infatti più o meno dappertutto l’estrema destra neofascista, quella razzista, xenofoba e populista – ossia quella neofascista light - e anche la destra euroscettica. Mesi di crisi finanziaria ed economica, percentuali di disoccupazione che si impennano, giornate di scioperi, in alcuni casi, come in Grecia e nelle Repubbliche Baltiche, di battaglie quasi campali, e alla fine il timore per un futuro incerto spinge il voto verso i popolari, lancia la destra ed affossa invece i socialisti, incapaci di essere convincenti nel terreno che dovrebbero conoscere meglio, quello della protezione sociale. In questa Europa che oggi si sveglia più scura, c’è però un tocco di verde: gli ecologisti sono letteralmente lievitati in Francia, cresciuti in Belgio, Svezia e Grecia e si sono mantenuti stabili in Germania. La sinistra estrema, partita bene nei primi sondaggi, non riesce invece ad aumentare il suo gruppo, pagando care le divisioni italiane. Cresce invece ancora di qualche punto l’astensione, che aumenta di un punto e mezzo, arriva a toccare il record del 57%, ma non supera la soglia da incubo del 60%. La legittimità dell’Europarlamento è la stessa di prima.
Guardando ai dati nazionali, Berlusconi deve alzare almeno uno bandiera bianca: non avrà il tanto desiderato primo partito in Europa, superato dai democristiani tedeschi. Un risultato che rischia di rendere un pelo più difficile la corsa del ciellino Mario Mauro alla poltrona di Presidente del Parlamento europeo. Non è un mistero che i tedeschi, prima delegazione, puntino sul polacco Jerzy Buzek. Il voto di ieri appare invece come un’incoronazione anticipata per José Manuel Durao Barroso, che già era l’unico candidato per succedere a se stesso. Socialisti, liberali, verdi e comunisti avrebbero i numeri per proporre qualcun altro, il problema è che non sembrano avere l’intenzione, o la coesione o il coraggio per farlo.
Passando dalle future poltrone alle possibili dinamiche politiche, cosa cambierà nell’Eurocamera? Le cose potrebbero non mutare poi molto dal recente passato, nel senso che dai liberali ai comunisti, passando per socialisti e verdi, il centro sinistra ha ancora i numeri per opporre una propria politica alla destra. Ma l’ascesa dell’estrema destra e di quella euroscettica potrebbe sparigliare un po’ le carte. Per capirlo bisogna quindi attendere la formazione dei gruppi politici. I conservatori britannici, i cechi dell’ex premier Topolanek ed i polacchi dei gemelli Kaczynski hanno annunciato l’uscita dal Ppe per formare un gruppo più marcatamente euro-critico in cui potrebbero entrare anche altre formazioni di estrema destra. I neofascisti e i neofascisti light sono riusciti a portare a Strasburgo una decina di deputati in più con alcuni casi eclatanti. In Ungheria Jobbik, formazione antirom, antisemita, antiimmigrati ed antieuropa, sfonda quota 14%, finisce a tre punti dai socialdemocratici al governo e strappa tre seggi. Lo stesso risultato conseguito da Romania Mare a Bucarest e dintorni. I danesi del Folkeparti, da parte loro, raddoppiano i consensi ed i deputati, un successo ripetuto in Austria dal Fpo e in Grecia dal Laos. In Olanda il Partito per la Libertà di Geerd Wilders ha fatto quasi cappotto e nel Regno unito i fascisti del British national party hanno conquistato uno storico primo seggio. Da noi la Lega nord è cresciuta. L’unica grande nota stonata a destra si registra in Francia, con Jean Marie Le Pen, il capostipite dei neofascisti del vecchio continente che perde 4 dei 7 seggi che aveva.
Da segnalare in Austria il successo della lista di Hans Peter Martin, un eurodeputato che ha fatto della critica all’Europa la sua bandiera. Lo chiamano populista ma non è assimilabile agli euroscettici di destra. Ha raccolto quasi il 18%. Mentre il partito euroscettico paneuropeo Libertas raccoglie solo un deputato in Francia. .
Nell’altro versante, le cose non sono andate così bene all’estrema sinistra. Successo in Portogallo con il Bloque de Esquerra che diventa il terzo partito ed in Grecia con i comunisti, anche loro terzi, die Linke in Germania guadagna un punto, ma è quinto, debacle in Italia mentre il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot raccoglie meno del previsto, superato dal Front de gauche. Oltralpe sono stati i verdi a capitalizzare la domenica terribile dei socialisti.